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Interview with...

Pierdomenico Baccalario

El Templo #72 (octubre 2019)
Por Pablo García
58 lecturas

Secondo noi, l´esplorazione e gli enigmi sono gli elementi indispensabili nelle sue opere, dalle porte allo sconosciuto alla città retrofuturista chiamata Cyboria. Da dove viene questa fascinazione per l´avventura? Se Lei dovesse scegliere, che mondo dei suoi romanzi Le piacerebbe esplorare?

Grazie della domanda. Credo che oggi si definisca come d’avventura ogni opera letteraria che, fino al secolo scorso, era semplicemente un “romanzo”, ovvero una storia con un plot e una successione di eventi, di cose che succedono, di scoperte, con uno o più protagonisti che, anziché subire le sorti del destino, cercano di anticiparlo, di conquistarlo. Vanno loro alla scoperta di cosa li circonda, e così facendo, agendo, muovono tutta una serie di avvenimenti legati tra loro e preparati dallo scrittore (non tutto si può preparare. Io stesso non sapevo come sarebbe stata Cyboria quando ho iniziato a scrivere, né dove fosse nascosto il tesoro di Rommel). Jorge Louise Borges, nell’introduzione di un grande romanzo di esplorazione fantastica (L’invenzione di Morel) parla di “trama perfetta” perché la costruzione di una trama, di un’esplorazione, di un’avventura richiede molta pianificazione e preparazione e anche questa è una parte importante di un romanzo riuscito, secondo lui. Ecco: a me piace lavorare le trame, mi piace mettere al centro di un meccanismo il mio protagonista, e far finta, con un po’ di invidia, di essere anche io dentro a quel meccanismo, insieme a lui.

Nella sua biografia è detto che la casa dove Lei viveva dominò la sua infanzia. E questo ci ricorda in un certo senso l´hotel di Le volpi del deserto. Da quali aspetti della sua infanzia è Lei stato ispirato a creare questo romanzo?

Sono cresciuto in una meravigliosa casa di campagna con tantissime stanze. Una parte di quelle stanze era piena di mobili, non tutti dei miei genitori, perché la casa era vecchia, apparteneva alla mia famiglia da qualche generazione. Ma molte altre stanze erano da esplorare: c’era una grandissima soffitta, una cantina ancora più grande, e, quando ci trasferimmo in quella casa (io avevo, mi dicono, 3 o 4 anni), c’erano ancora gli animali della fattoria: galline, conigli. A poco a poco i miei genitori hanno sistemato la casa, e io, mentre loro ci lavoravano, giocavo fuori, nei boschi, con tre cani: Max, Alò e Pelo Pelliccio (che era un cane randagio che avevo convinto a vivere con noi, dandogli da mangiare). Il mio territorio era fuori, erano i boschi, il torrente nella valle. Erano pochi amici, uno solo, a dire il vero. Nelle Volpi del deserto ci sono libri e scritte nascoste, una tomba di cani, una serie di adulti misteriosi che assomigliano a quelli della mia infanzia. C’è la registrazione dei suoni, che è una cosa che, da ragazzino, mi appassionava moltissimo (ma che non avevo i soldi per potermi permettere). E c’è il mondiale di calcio del Messico che fu il primo che seguii accorgendomi di quello che succedeva (quello precedente, vinto dall’Italia in Spagna nel 82 lo vissi come una grande festa, di cui ricordo la cosa più importante: Marina, una mia lontana cugina che poi, trent’anni dopo, è diventata mia moglie). Ci sono due topoi letterari molto presenti nella letteratura per ragazzi: il primo è quello dell’essere orfani, senza genitori. Quanti sono i libri i cui protagonisti sono senza genitori o senza mamma o senza papà (e solo uno, il più geniale, dice che la cosa non è per niente male: Pippi Calzelunghe). L’altro è quello dello sradicamento, dell’essere trasportati di colpo in un posto nuovo e dover iniziare da zero. Entrambi questi temi “funzionano” in un libro perchè permettono di mettere il protagonista a nudo dalle convenzioni e dalla noia della vita di tutti i giorni. La casa bene organizzata, i genitori, la famiglia e la scuola sono molto lontani dall’idea di un’avventura (e di certo non è così), come di certo non è da tutti essere portati in un posto nuovo e aver voglia di scoprirlo. Ma, in tutti i miei libri, i protagonisti hanno gli occhi bene aperti e il cuore pronto a emozionarsi.
 

Su Internet si può trovare el progetto pilota di Quest of the portal Keepers, l´adattamento audiovisivo di Ulysses Moore, una combinazione di riprese dal vivo e animazione digitale a la giapponese, che racconta la storia dei Covenant molto liberamente. Sebbene questo progetto no è mai portato avanti, noi siamo molto curiosi: come è nato il progetto? Potremo vedere nel futuro un adattamento delle sue opere?

Internet è un grande tesoro di cose belle e cose brutte. Questo of the portal Keepers ne è un esempio. Andò così: all’epoca del successo internazionale di Ulysses Moore diventai l’editor in chief di una casa di produzione di libri e di animazione che si chiama Atlantyca, dove ho lavorato per quasi sette anni, a cui cedetti, come era ovvio fare, i diritti di adattare i miei romanzi (che avevano venduto allora 5 milioni di copie, oggi siamo quasi a 10) per farne una serie tv. Il dipartimento di animazione di Atlantyca realizzò quel trailer senza coinvolgermi in nessuna parte del progetto, scegliendo di farlo, appunto, così. Il trailer doveva servire per trovare produttori internazionali disposti a finanziare il cartone animato, cosa che non riuscì, per cui è rimasto quello che vedete, un bellissimo Titanic arenato in qualche parte della rete. Credo che abbiate giustamente trovato “il problema”: il trailer, di per sè può piacere, non ha niente a che fare con i miei libri (nei miei libri ci sono solitamente pochi cattivi cattivi, ci sono poche cose da fare per “sconfiggere” qualcuno) e questo perché non mi è mai stato chiesto cosa avrei fatto, io se avessi potuto fare un film o un cartone animato. Credo che sia molto importante che quando si lavora su un’opera tratta da un’altra opera - e nel caso gli autori siano persone ragionevoli - si coinvolga chi si è inventato le storie. Per fare i film della Marvel, serviva Stan Lee.

Pierdomenico Baccalario è soltanto uno dei nomi con cui Lei firma sue opere. Per tutta la sua carriera di scrittore, Lei ha usato nomi falsi che noi conosciamo (Ulysses Moore, Irene Adler, Amelia Drake), ma può darsi che ci siano degli altri... C´è qualche ragione per assumere queste diverse identità? Come diventa l´avvicinamento alla storia quando Lei usa un´altro nome?

Li avete presi quasi tutti: manca Pd Bach e un altro paio, nascosti, che non posso però dirvi adesso, non perché non voglia, ma perché non ho il permesso di farlo. Ho usato tanti nomi diversi per due motivi: il primo è che chiacchiero molto e quindi, magari, a cena con un editore, mi veniva in mente una storia, la volevo scrivere, l’editore voleva pubblicarla, e io magari non avevo il permesso di scrivere il libro usando il mio nome. Quindi ne inventavo un altro. Il secondo motivo è che ai ragazzi, i miei ragazzi, il nome dell’autore non interessa. Interessano i personaggi, la storia, l’aspettativa di quello che possono trovarci dentro. Penso che sia una libertà che noi lettori adulti abbiamo perso. Prendere e leggere un romanzo perché ci piace la copertina, e basta, è un atto di coraggio e di libera incoscienza.

Lei ha scritto storie molto originali, ma anche ha lavorato con storie ereditate da altri creatori, come per esempio Code Lyoko o, più recentemente, Martin Mistère. Quali sono le differenze, e forse le difficoltà, che si trovano quando Lei racconta sui mundi già creati?

Code Lyoko non è una storia che ho scritto io, ma un altro grande scrittore italiano che si chiama Davide Morosinotto. Io ho “pensato” alla trama, partendo da quanto c’era nei cartoni animati e gliel’ho affidata, e poi corretta insieme a lui. Martin Mystere è stato il mio fumetto preferito di quando era ragazzino. Lavorare su personaggi altrui mi risulta abbastanza facile e mi stimola molto: devo solo pensare a una buona trama, non ai personaggi e alle loro motivazioni. E’ come avere a disposizione Miss Marple o Sherlock Holmes, e inventare per loro un nuovo caso da risolvere (e a proposito, mi piacerebbe tanto che le leggi sul copyright consentissero di poter “usare” con più facilità personaggi ormai diventati così famosi da esser diventati parte del patrimonio immaginativo dell’umanità - quello che gli altri chiamano cultura pop).

Nel manifesto Scrittori Immergenti, che Lei firma insieme ad altri scrittori italiani, viene detto che siano scrittori “immergenti” e tutti parlano del coraggio di essere creativi nel mondo realistico di oggi. Cosa significa per Lei la parola “immergenti” e perchè la fantasia è veduta come un atto di coraggio?

Gli immergenti sono stati un gruppo di amici che, oggi, fanno tutti parte, o come soci o come affiliati, del gruppo di scrittori, scrittrici, disegnatori e disegnatrici, creativi e divulgatori scientifici chiamato Bookoantree, con sede in Inghilterra almeno fin che Brexit ce lo permetterà. Essere creativi in modo realistico significa affrontare la propria immaginazione e crederci, credere alle regole della magia e del fantastico che si sceglie di usare e non tradire il lettori. Se il patto con il lettore è che la magia funziona solo di notte, deve funzionare sempre e solo di notte. Il realismo è quello di fissare regole certe e tenerle valide fino alla fine. La fantasia è un atto di coraggio perché è quella caratteristica che, riportata nella realtà di tutti i giorni, permette agli scrittori di scrivere, a Toulouse Lautrec di disegnare i suoi cartelloni pubblicitari, a Gabriele D’Annunzio di inventarsi il nome Rinascente per i più famosi supermercati italiani, e il personaggi di Maciste per il cinema (oggi dimenticato), a Steve Jobs di cambiare la vita di milioni di persone con il personal computer.

Lei ha pubblicato più romanzi di quelli che possiamo contare, molte volte alternando nello stesso anno presentazioni di altri libri e saghe diverse. Come organizza Lei il suo processo creativo per essere così produttivo e saltare da un mundo ad un altro senza perdersi?

E’ vero, ho scritto molto. E l’ho fatto sia perché sogno che ci sia qualcuno, là fuori, che prenda i miei mondi e ne crei degli altri, che li usi come ispirazione per fare qualcosa di suo. Sia perché i miei mondi, in realtà, parlano tra loro la stessa lingua, che è quella che da secoli ci andiamo raccontando quando parliamo di cose che non conosciamo ancora, di cose possibili, di magia e incantasimi: lo slancio dell’inizio del secolo scorso per macchine motori e anche per un certo concetto di guerra in Cyboria; un certo occultismo alchemico l’idea di mondi alternativi che sta sotto ai collegamenti tra i luoghi immaginari di Ulysses Moore è lo stesso dei quattro libri di Bottega Battibaleno. Ci sono personaggi che migrano da una saga all’altra, che escono da un libro per arrivare nel mondo di Twelve (The Accademy, uno dei miei preferiti in assoluto). Quindi, un po’ come Dedalo quando fece il suo labirinto, so dove ho nascosto le ali, so dove sono i tesori, so dove c’è il Minotauro, e, se ho un po’ di fortuna (ma io scommetto spesso sulla mia fortuna) dovrei trovare l’uscita.

Alcune delle sue saghe sono risultate veramente longeve. Per esempio, il grande successo di Ulysses Moore è stato sviluppato per dodici anni e diciotto romanzi. Come sta Lei affrontando la sfida posta di attrarre nuovi lettori e allo stesso tempo mantenere quelli che stanno crescendo?

Non ne ho la minima idea, in realtà. Ulysses Moore ha due saghe importanti: la prima e la terza. La seconda è debole. La prima è fresca e veloce, appassionante. La terza ha struttura e possibilità. Il libro migliore, oltre al primo, è l’ultimo, che fa da prequel a tutta la saga.

Senza dubbio la sua versatilità come scrittore è grande,però il lavoro nell´editoria non é soltanto scrivere: Lei è membro di Atlantyca Entertainment e fondatore dell´agenzia Book on a Tree, e ha lavorato in molti altri settori. Forse potrebbe Lei raccontarci questi altri lavori, più sconosciuti per noi?

Ma certo: sono un avvocato e dovrei fare l’avvocato. Ma non solo: sono cresciuto con l’idea che avrei fatto il notaio, che è un dipendente pubblico molto potente in Italia, che si occupa di ratificare tutte le case e i terreni che vengono comprati e venduti, nonché di dare certezza a tutte le trattative importanti che si fanno in Italia. Mio nonno - che si chiamava come me - lo era e i miei antenati anche. Ho lavorato come esperto legale nel settore delle opere d’arte a Pisa, come consulente della Scuola Normale Superiore. Ho progettato mostre. Ho aiutato Lucca Comics&Games a diventare il più importante ritrovo internazionale di appassionati del fantastico (vi sto scrivendo da Lucca). Sono entrato in Atlantyca per portare idee e ne sono felicemente uscito nel 2006 per fondare Bookonatree con gli amici che hanno creduto che la nostra fantasia fosse una cosa rara, e volevano, insieme a me, avere il coraggio di sfidare il grande mondo delle storie. Con loro stiamo entrando nella televisione e nel cinema, e vorremmo poter collaborare con le industrie dei videogiochi, ma sempre e solo facendo quello che sappiamo fare (o che crediamo di saper fare): raccontare storie ai ragazzi più giovani, storie che lascino loro l’amaro in bocca e una mappa per dove andarsi a cercare (da soli) lo zucchero.

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